Il problema della giustizia dal punto di vista del diritto consiste principalmente nel chiedersi se gli istituti giuridici vigenti in un dato tempo e in una data società siano giustificati dinanzi alla ragione o, in altre parole, nel chiedersi se ciò che nel diritto è, così deve essere o non potrebbe essere diverso, per il maggior bene di tutti. D’altra parte il domandarsi la ragione giustificativa delle forme del diritto, e quindi ricercare il giusto pone l’esigenza dello stabilire un principio universale per fissare un criterio generale di che cosa è il giusto. Da secoli questo problema ha affaticato le menti di filosofi e giuristi, a cominciare dai sofisti greci, per i quali la giustizia era quella realizzata da colui al quale la natura ha donato la forza, e da Socrate che riteneva che il giusto, nascosto nel fondo dell’anima umana, era da scoprirsi mediante la dialettica (maieutica).

Platone riteneva invece che la giustizia potesse discendere soltanto dalla organizzazione dello stato perfetto, governato da una classe di reggitori sapienti, difeso da una classe di guerrieri, gli uni incarnazione della sapienza, gli altri del coraggio. Per Aristotele, il giusto consisteva nel piú equilibrato svolgimento delle umane facoltà, e la giustizia segnava il posto che ciascuno deve tenere nella società e nello stato. I cinici e gli stoici, con il loro pessimismo, attribuivano poco credito alle istituzioni degli uomini e quindi alla giustizia intesa come prodotto degli stessi, in quanto soverchiati dal principio di casualità che governa il mondo.

Con il Medioevo, sotto l’impulso di S. Agostino e S. Tommaso, si diffonde una netta tendenza ad identificare il giusto nei principi religiosi: dalla legge divina discende la legge naturale, che altro non è che la partecipazione della mente umana all’ordine divino; dalla legge naturale discende poi la legge civile. La filosofia moderna sorge in contrasto a questa concezione, astraendo la giustizia dalla religione, la quale, se aveva tenuto unita l’Europa in un certo periodo, la divideva infine nel suo stesso nome con guerre sanguinose.

L’olandese Grozio è l’assertore della teoria della giustizia naturale: secondo lui, gli uomini vivrebbero originariamente in uno stato di natura sotto i dettami di una legge naturale: la legge della socievolezza; poi, si vincolerebbero con un contratto sociale ad un potere, cioè lo stato, il quale avrebbe infatti il compito di garantire l’osservanza della legge naturale. Questa dottrina fu sviluppata in senso liberale nella seconda metà del ‘600 dall’inglese Locke, che poneva a base dello stato un contratto sociale inteso a sancire il riconoscimento dei diritti naturali degli individui (libertà personale, di proprietà, diritto alla sicurezza); l’esercizio della difesa viene trasferito al potere politico quando i singoli creano una società civile (commonwealth).

Teorie moderne sulla giustizia

Per Rousseau la fonte della giustizia risiedeva invece nell’assoluta sovranità popolare: nello stato da lui vagheggiato il giusto si attuava in base alla eliminazione delle volontà ingiuste dei singoli che, sommandosi algebrica-mente, si elidono. Kant ha dedicato notevoli cure allo studio del problema della giustizia: egli prende a base della sua indagine l’uomo, tanto che egli giudica una azione non secondo l’azione stessa, ma secondo l’agente. Cosí, sarà giusta un’azione che l’agente compie non per un desiderio egoistico, ma per amore della legge morale: solo l’azione cosi fatta è autonoma, perché l’azione egoistica è dipendente.

Pertanto la perfezione dell’uomo sta nel raggiungere l’autonomia, mentre compito dello stato è l’assicurare all’individuo le condizioni di libertà esterna, che gli permettano di raggiungere tale autonomia; egli supera cosí la concezione dello stato di polizia delineando il moderno stato di diritto. In Hegel, profeta dell’imperialismo germanico, sono i popoli che devono attuare l’idea di giustizia, ed è logico che chi meglio l’attui debba dominare sugli altri. Infine, per gli empiristi inglesi facenti capo a Bentham, il concetto di giustizia è connesso alla utilità: giuste sono quindi le istituzioni giuridiche arrecanti un utile collettivo.

In conclusione, si può dedurre da tutte le teorie sopraelencate che il fine ultimo a cui tende la società umana non può essere che il piú alto grado possibile di organizzazione e di sviluppo della vita sociale. Ciò che corrisponde alle esigenze necessarie per raggiungere tale grado contiene in sé l’idea di giustizia, che implica pure l’idea di libertà fusa insieme con quella di solidarietà e, di conseguenza, il sentimento del proprio diritto, contemperato da quello del proprio dovere giuridico.